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Il primo articolo di questa rubrica diceva che le parole non sono mai innocenti e tra le parole usate dall’establishment italiano l’aggettivo “furibondi” purtroppo non è stata utilizzata, mentre la si può leggere negli articoli scritti da parte degli accademici britannici sull’efferato omicidio di Giulio Regeni. Eccezion fatta per l’ambasciatore italiano, unico hombre vertical dell’orribile vicenda, la reazione italiana non è stata di indignazione somma neanche nella ricezione mediatica e neanche tra professori e studenti: nessun corteo, nessuna occupazione, nessuna protesta a oltranza davanti all’ambasciata egiziana. Certo, la vittima era un brillante ricercatore che conosceva molto bene l’inglese al punto da essere scambiato per americano, parlava l’arabo e si occupava dei diritti sociali degli ultimi, tutte qualità che suscitano scarsa empatia in un Paese in cui i posti di prestigio sono inversamente proporzionali alla preparazione. Inoltre, alla maggior parte degli italiani interessa che le persone non diventino merce quando sono all’interno dell’utero materno, del rischio di diventare merce dopo esserne usciti in qualità di lavoratori, importa poco o nulla. Sarebbe bello se per una volta la difesa della libertà della ricerca e dei diritti umani prevalesse sulla Realpolitik e sui giacimenti di gas e il Presidente del Consiglio dichiarasse: “Sono furibondo per quanto è accaduto al nostro connazionale e non mi rassegnerò mai a rinunciare a punire gli aguzzini schifosi che ne hanno causato la morte.” Sarebbe bello se i rapporti con un Paese in cui la tortura è prassi, venissero pregiudicati in modo irreversibile, sarebbe bello se venisse introdotto il reato di tortura in Italia, sarebbe bello se nessuno osasse dire che in fondo se l’era andata a cercare. Ma tutto ciò è un pio desiderio, un’illusione patetica, anzi è pura fiction come direbbero quelli che si ostinano a rendersi ridicoli nel tentativo di pronunciare stepchild adoption.